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Venzone (UD)

Gli eventi sismici del Friuli (1976) e dell’Irpinia (1980), con migliaia di vittime e la distruzione di interi centri, sconvolsero l’Italia, facendo maturare nella popolazione una coscienza del rischio sismico a cui il Paese è esposto. Questo si tradusse, in primo luogo, in un aggiornamento normativo, in particolare nella riclassificazione sismica del territorio nazionale che portò ad aumentare sensibilmente il numero di comuni classificati come a rischio sismico.

Il Friuli fu sconvolto da due eventi sismici nel maggio e nel settembre del 1976 (Mw rispettivamente 6.4 e 6.1), con epicentro monte San Simeone. A Venzone il primo fenomeno provocò 47 vittime e gravi danni al patrimonio architettonico del centro storico medioevale; tuttavia edifici come il Duomo di S. Andrea e il Palazzo Comunale non crollarono sotto la forza delle scosse. Effetti catastrofici, si verificarono però in concomitanza con il secondo evento sismico, durante il quale la maggior parte delle costruzioni sopravvissute alla prima scossa furono devastate.

Immediatamente furono messi a punto differenti piani di ricostruzione e vennero avviate campagne di recupero del patrimonio artistico ed architettonico, provvedendo allo stesso tempo alla messa in sicurezza delle parti superstiti degli edifici storici. In questa prima fase di gestione dell’emergenza, si assistette contemporaneamente ad infelici operazioni di sgombero indiscriminate, che talvolta culminarono con la demolizione di edifici senza specifiche motivazioni di pericolo di crollo.

Ben presto, la popolazione si fece portavoce di una ricostruzione “dov’era e com’era” e, sulla base della documentazione dello stato di fatto (precedente all’evento sismico) fu redatto un Piano Particolareggiato avente come obiettivo la conservazione della materia e della immagine originaria pre – sisma, vista come testimonianza di continuità storica, processo ben testimoniato dalla ricostruzione di Venzone. Tutto ciò avvenne mediante il rilievo accurato dei resti murari, l’individuazione delle fondazioni degli elementi distrutti e la verifica della coincidenza degli antichi tracciati, il recupero e il ripristino degli elementi murari o lapidei superstiti e recuperati. Questi principi videro una concreta applicazione nella ricostruzione del monumento simbolo della città, ovvero il Duomo di S. Andrea Apostolo. A seguito dei due eventi sismici il Duomo risultava pressoché distrutto, solo alcuni tratti di muratura erano rimasti in piedi, e con notevoli fuori piombo. I conci di muratura, che costituivano i paramenti crollati, risultarono generalmente conservati; pertanto si avviò un processo di catalogazione di ogni singolo blocco. L’edificio venne così ricostruito per anastilosi, garantendo tuttavia la riconoscibilità dei materiali autentici da quelli integrati o sostituiti.

 

 

 

 

 

 

 

 

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